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Red 4 luglio 2018
Performance del regista russo Arthur Aristakisyan: «Il cinema vero per me è quello classico italiano. Se facessi soldi mi trasferirei in Sardegna per aprire una scuola di cinema»
Alghero: Cosa pensano i morti al Sardinia film festival


ALGHERO. «Se riuscissi a fare soldi mi trasferirei in Sardegna e aprirei qui una mia scuola di cinema». A dichiararlo di fronte al numeroso pubblico del Sardinia film festival ad Alghero, è stato il regista russo Arthur Aristakisyan, autore di film cult come “Palms” e “Un posto sulla terra”. Lunghi capelli neri su camicia bianchissima, aspetto eccentrico, a tratti enigmatico, ma sempre con il sorriso sulle labbra e la battuta pronta, Aristakisyan ha portato una carica di simpatia in apertura della seconda serata del Concorso internazionale dedicato al cortometraggio (martedì). Accompagnato dal traduttore e mediatore culturale Antonio Vladimir Marino, il maestro originario della Moldavia non ha nascosto il suo grande apprezzamento per la passione cinematografica incontrata nell’Isola. Nel vivace scambio di battute con la conduttrice Rachele Falchi, Aristakisyan ha espresso tutto il suo vecchio amore per le pellicole italiane: «Il vero cinema, per me, è quello classico italiano – ha detto – nei confronti del quale in Russia c’è sempre stata una grande fascinazione».

Fin da ragazzo, Arthur aveva cercato di approfondire tutto ciò che ruotava intorno alla cinematografia italiana. Alla biblioteca di Mosca, non di rado strappava pagine dai libri che parlavano di pellicole provenienti dalla terra di Antonioni, Visconti e Pasolini. Finché un giorno arrivò persino a rubare un volume. Come ha raccontato lo stesso regista, non ci volle molto a sgamarlo: era stato l’unico a prendere in prestito quella copia dalla biblioteca nell’arco di vent’anni. Ma qual è stata la scintilla che ha spinto Aristakisyan ad appassionarsi visceralmente al cinema? La risposta è stata “andare nei cimiteri”. Da bambino gli capitava di osservare le fotografie dei defunti mentre passava di fronte alle tombe. Quei volti per lui non erano solo immagini, ma erano vere e proprie storie, rappresentazioni di vite che potevano essere raccontate.

«Erano dei fantasmi che si incarnavano di fronte ai miei occhi», ha affermato egli stesso nel corso della masterclass dal titolo evocativo, “Cosa pensano i morti”. Questo è stato il punto di contatto con un'altra prima grande passione, quella per gli album di famiglia ed i film amatoriali fatti in casa. Tutta la produzione di Aristakysian sembra essere rivolta a dare voce agli ultimi. Il primo film è dedicato al mondo dei poveri, il secondo agli abbandonati che vivono in una comune, ed il terzo, in lavorazione, è sui pazzi. Ma Aristakisyan rifiuta l’accostamento alla problematica sociale, rivendicando piuttosto un approccio artistico rispetto alle crude realtà: «Ho semplicemente visto dei santi in queste persone. È come se avessi fatto l’amore con loro attraverso la macchina da presa».

Nella foto: Arthur Aristakisyan
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