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Red 22 dicembre 2017
A due anni dal primo ritrovamento, indagini genetiche e morfologiche forniscono nuove informazioni sui semi di melone più antichi del Mediterraneo
Nuovi indizi sul melone nuragico


CAGLIARI - Nel 2015, la Banca del Germoplasma della Sardegna, struttura facente parte del Centro servizi “Hortus botanicus karalitanus” dell'Università degli studi di Cagliari, in collaborazione con il Csic di Madrid, l’Ivalsa-Cnr di Sesto Fiorentino, le Soprintendenze per i Beni archeologici della Toscana e della Sardegna e l’Università di Roma La Sapienza, pubblicarono uno studio sul contenuto dei pozzi di epoca nuragica, ritrovati nel 2009 nella località di Sa Osa, in provincia di Oristano. Furono identificati centinaia di migliaia di semi, frutti, granuli pollinici e frammenti di legno e carbone di piante coltivate e selvatiche.

Il ritrovamento di alcuni semi di melone fu uno dei risultati più interessanti, visto che fino ad oggi le prime evidenze dell’introduzione di questa pianta in Europa erano legate al periodo Greco-Romano. Questi semi risultarono essere molto antecedenti a tale epoca (1310–1120 a.C.) e costituiscono attualmente la testimonianza più antica del melone nel Mediterraneo. Le indagini morfologiche e genetiche, condotte in collaborazione con la Stazione consorziale sperimentale di granicoltura per la Sicilia e con l’Instituto de conservación y mejora de la agrodiversidad valenciana dell’Università Politecnica di Valencia, permettono ora di fornire maggiori dettagli su questi ritrovamenti. È stata creata una vasta collezione di varietà tradizionali di melone proveniente da tutta Europa, Africa ed Asia, oltre che varietà autoctone della Sardegna. I semi di queste piante sono stati scansionati e genotipati utilizzando una piattaforma di 123 marcatori genetici. Si è poi proceduto all’analisi morfologica e genetica de semi di melone archeologici. Per quanto danneggiato, è stato possibile estrarre una quantità minima di dna antico dai reperti utile per le analisi.

Entrambe le analisi confermano alcune informazioni interessanti. In primo luogo, che la pianta in questione apparteneva ad una specie coltivata e non selvatica; in secondo luogo, che questi frutti erano ben lontani da quelli che troviamo attualmente sulle tavole. Era una varietà non dolce, o moderatamente dolce, di un gusto simile al cetriolo, probabilmente simile ad alcune varietà locali coltivate oggi solo in ristrette regioni geografiche del Mediterraneo. In Italia, si coltivano tradizionalmente soprattutto in Puglia, dove sono conosciute con decine di nomi volgari, come carosello, meloncella, e cummarazzo. Anche in Sardegna, in forma meno diffusa, si coltivano tipologie con caratteristiche simili, chiamate a seconda dei casi “facussa” o “cucummaru”, più conosciute a livello nazionale con il nome di “tortarello” o “melone serpente”. L’aspetto interessante è che questi dati concordano con alcune rappresentazioni pittoriche egizie del terzo millennio a.C. che rappresentano il melone in forma allungata tipo cetriolo e con la descrizione che ne fanno Columella e Plinio il Vecchio nel Primo secolo d.C. descrivendo il melone come un ortaggio da consumare in insalata. Rimane ancora poco chiaro quando e come si selezionarono le varietà da cui si originarono quelle dolci attuali, anche se si ipotizza che siano stateimportate dagli arabi in epoca medievale. Per questo, le analisi sono ancora in corso. Ancora una volta, si è dimostrato la vitale importanza della salvaguardia delle varietà “antiche” appartenenti a ciascun territorio, un bacino genetico fondamentale da preservare per le future generazioni.
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